Preambolo
Chi, come me,
si trova costretto a spostarsi quotidianamente con i mezzi pubblici e
a frequentare luoghi pullulanti di infervorata gioventù, non potrà evitare, nel tempo, di imbattersi nelle due più diffuse specie animali che le stazioni della metropolitana e il dipartimento dell'università, a cicli
regolari, accolgono:
- i volontari delle associazioni;
- i giovani idealisti militanti.
Occorre, a
questo punto, una breve specificazione: io ammiro entrambe queste categorie di individui. Sul serio. Credo tuttavia che vi sia un qualche angolo
buio della mia personalità, una sorta di lato oscuro e "hydeano" che
mi induce a provare un sentimento molto simile all'irritazione [dico "molto simile a" perché non sono solita provare queste emozioni così sgradevoli e negative, dunque mi muovo per ipotesi e analogie] ogniqualvolta mi imbatto in
uno di questi esemplari. A mia parziale discolpa, posso dire questo:
che questi personaggi che variamente gravitano attorno a questa o
quella associazione
umanitaria/ambientalista/animalista/filovegana/politica sono – sin
troppo spesso – portatori di tre tratti che, credo,
susciterebbero ostilità anche in Pollyanna:
- un entusiasmo esacerbato, che vuol essere accattivante ma risulta palesemente posticcio – caratteristica, questa, che forse solo gli animatori turistici possono eguagliar loro;
- un immotivato senso di superiorità morale, verosimilmente ascrivibile alle nobili cause che sostengono;
- una evidente ingenuità nelle tattiche di "approccio" che prediligono, che li porta a cercare l'interazione con l'Altro quando questi, appena rigurgitato assieme ad altre mandrie di bufali impazziti dalla stazione della metro, provando rancore contro l'umanità [anche in questo caso: non avendo io mai provato questo sentimento così gretto e volgare, posso solo ipotizzare che si tratti di rancore] si avvia a passo spedito e battagliero verso la propria destinazione, che plausibilmente avrebbe dovuto raggiungere almeno quindici minuti prima.
Come potrebbe
reagire il nostro frettoloso cittadino romano, che riemerge dalle
viscere della terra sbuffando come un toro e borbottando come un
gatto che abbia appena scoperto che per colazione non c'è la sua
pappa preferita, se improvvisamente gli si parasse davanti questo
giovane Cuor Contento, cartellina alla mano e sorriso da un orecchio
all'altro, e gli squillasse in faccia un eccitato "BUONGIORNO!
Posso rubarle un minuto...?!".
Esatto,
reagirebbe proprio come avete pensato.
Ora. Nel corso
degli anni ho elaborato due strategie, sobrie ma efficaci, che di
fronte a questa domanda mi consentono di glissare in modo garbato ed
elegante, e di sgusciar via rapida e silenziosa come un bruco che
scappi da una poiana.
La prima
strategia, da attuarsi quando si va particolarmente di fretta,
richiede una buona prontezza di riflessi. Bisogna in sostanza essere
più veloci di loro: una volta adocchiati, da lontano, i tipici
segnali di riconoscimento (maglietta con qualche sigla, cartellina in
mano, sorriso incollato sul volto), occorre puntare il predatore
senza timore, fissarlo negli occhi per attirare la sua attenzione e,
quando lo si vede avvicinarsi fiducioso, rivolgerglisi come segue,
sorridendo affabilmente ma senza rallentare il passo: "Ti
ringrazio molto, ho già firmato/aderito/assecondato questa cosa nel
modo che avete ritenuto più opportuno". L'effetto è
tendenzialmente sempre lo stesso: il giovanotto di turno sarà colto
alla sprovvista, ammutolirà per un momento, considerando perplesso
come potrà ora comunicarvi il suo entusiasmo per la causa che sposa,
e vi rivolgerà un demotivato "ah...ok...buona giornata
allora..." quando voi già sarete fuggiti lontano e senza più voltarvi
indietro. Oltre alla soddisfazione di averlo lasciato senza parole, avrete anche guadagnato la certezza della sua approvazione. Intendiamoci: non che della cosa vi importi. Ma, almeno, vi sarete evitati lo sguardo di riprovazione che sicuramente vi avrebbe rivolto davanti a un prosaico "scusami ho fretta" o, ancor peggio, a un volgare ed egoistico "non mi interessa"; e, di conseguenza, l'ulteriore irritazione di venire sommariamente giudicati, dall'alto dell'abisso etico che ai suoi occhi vi separa, come degli insensibili superficiali. Un trionfo psicologico.
La seconda
strategia – la cui attuazione richiede qualche minuto in più
dell'altra – è forse un pelino più
scorretta, ma ha il merito di non dipingere la delusione sul volto di
questi giovani entusiasti, consentendo sia a voi che a loro di
affrontare la giornata nella convinzione di aver fatto una
buona azione. Loro, al termine dell'interazione, vi saluteranno con
gratitudine e fiducia, approvando nel loro animo che al mondo
esistano ancora persone così in sintonia con i loro ideali. Voi, dal
canto vostro, proseguirete il vostro cammino con rinnovata
benevolenza, ripensando commossi al loro sorriso devoto e chiedendovi
distrattamente su che cosa si siano infervorati così tanto. Il
trucco è, in sostanza, farli parlare, rallentando appena il passo (questo piccolo stratagemma, unito a uno sguardo fermo che comunichi quanto avete fretta di raggiungere le vostre importantissime occupazioni, li indurrà a non dilungarsi troppo), accettando qualsiasi foglietto
vogliano donarvi e, qualora vi chiedessero un recapito per informarvi
della loro prossima riunione/manifestazione/dibattito, mentire
spudoratamente.
In
particolare, di quest'ultimo aspetto ho fatto una sorta di vanto
personale: nel tempo ho raggiunto una disinvoltura tale, nel lasciare
numeri telefonici fittizi o email totalmente inventate, che quasi devo fare mente locale, a volte,
per ricordare quali siano i miei veri recapiti. Forte della mia piccola astuzia,
non ho mai avvertito l'odore del pericolo cui,
ogni volta, mi stavo esponendo. Non ho mai avuto neanche il minimo
sentore delle drammatiche quanto imbarazzanti conseguenze cui sarei
potuta andare incontro. I volti sorridenti che mi lasciavo alle
spalle ottenebravano qualsiasi lucida riflessione in merito.
Questo,
almeno, sino a questa mattina.
La drammatica vicenda
Ore
10 am. Sono appena giunta, trafelata e carica di pensieri in mente e
oggetti materiali sulla schiena, in dipartimento, che un allampanato
ventenne mi si para davanti, cartellina in mano e sorriso disarmante
in faccia. Distratta, non ho fatto in tempo a captare i segnali che
emanava, e pertanto non ho più modo di ricorrere alla prima
strategia. "Poco male, facciamo un po' sta buona azione...",
mi dico, sorridendogli condiscendente e aspettando che mi illustri i
nobili ideali di cui si fa portavoce, pronta ad adottare l'ormai
collaudato espediente di una pretesa, cortese finzione.
- Ciao!
Posso rubarti solo due minuti? Vedo che vai di fretta...
- Dimmi
pure...
- Vorrei
lasciarti questo volantino. In pratica noi [per tutelare la privacy
del mio interlocutore, evito di riportare i dettagli della causa che
mi ha illustrato]...
Lascio
fluire la mia risposta, affabile e garbatamente interessata ma, al
contempo, in grado di comunicare con autorevolezza una certa premura:
- Ah,
che bravi... Vedi come vi date da fare... Ok, grazie, ciao!
[lo
so lo so, ne vado particolarmente fiera. D'altronde, è il frutto di
anni di studi sul campo]
Il
baldo giovanotto, però, vede la cosa da un altro punto di vista:
- No
dai, aspetta, posso chiederti di lasciarmi il numero? Così ti
contattiamo per avere conferma che vieni, sai, per prenotare la
sala...
Mi
fissa con lo sguardo di un koala affamato. Non potrei mai deludere
quegli occhi imploranti. Decido allora di ricorrere al mio secondo,
astutissimo espediente: il numero di telefono fittizio. In quattro e
quattr'otto mi sarò liberata di lui, senza che in alcun modo la sua
gioia di vivere sia stata intaccata dal mio disinteresse nei suoi
riguardi.
Gli
comunico dunque questo numero e sto già per andarmene, quando lui mi
coglie alla sprovvista, facendomi gelare il sangue nelle vene con una
frase che mai, mai mi sarei aspettata di poter udire:
- Aspetta, ti
faccio uno squillo.
In
un attimo, tutta la mia ingenuità mi si palesa dinanzi agli occhi.
Rivivo in un istante tutte le occasioni in cui ho inconsapevolmente
rischiato che accadesse una cosa così mostruosa e, come un giocatore
d'azzardo che sia stato incapace di fermarsi in tempo prima che la
fortuna smettesse di arridergli, mi pento amaramente di non aver mai
apprezzato quanto il Fato fosse stato fino a quel momento benevolo
con me.
Conservando
tutto il mio sangue freddo, ribatto un cordiale: - Certo! - estraendo
il cellulare dalla tasca. "Gli risulterà inesistente e mi
inventerò che non prende la linea", ragiono febbrilmente. Sto
già esordendo con la mia spiegazione non richiesta, che lui mi
precede, serafico:
- Squilla.
"Ma
come squilla! Ma che sfiga è maddai!", non posso fare a meno di
pensare. Ma è un attimo e subito, nonostante la lacerante tensione
di un momento simile, riprendo il controllo della situazione:
- Aaah...
ma bene...
Ancora
una volta, sono interrotta:
- Pronto...?
Il
baldo giovane sta parlando con il legittimo proprietario del numero
di telefono.
- Mi
scusi, ho sbagliato...
Riaggancia
e mi fissa. Nel suo sguardo leggo tutta la disapprovazione che deve
nutrire nei miei confronti. Mi vedo con i suoi occhi e mi sento una
persona orribile. No! Non posso sopportare questo sguardo da koala arrabbiato. Non devo darmi per vinta. Tento il tutto per
tutto:
- Oh?
Che strano... Davvero non capisco, ti assicuro che il numero è il
mio... Fammi vedere che hai scritto...?
Controllo
questo numero con aria concentrata e, stupendomi nuovamente, chioso:
- E'
davvero inspiegabile...
Lui,
però, ha evidentemente mangiato la foglia:
- Vogliamo
fare che mi fai tu uno squillo?
Questo
ragazzetto sta diventando sempre più antipatico. Conservando la mia
maschera di imperturbabilità, gli rispondo affabile:
- Ok! Dammi il numero.
Faccio
fare tipo mezzo squillo al cellulare e, sottobanco, interrompo la
chiamata. Poi mi rivolgo a lui, sempre adorabile e pronta a stupirmi della sua risposta:
- Squilla?
- No.
Ma mi stai a chiamare?
Questo
imberbe spocchiosetto mi sta davvero iniziando a irritare [questa emozione per me così poco familiare]. Gli ho
dedicato sin troppo tempo. Non ci si rivolge così agli adulti, ecco.
Perduta la pazienza, rimetto in tasca il telefono, lo fisso severamente e, nel rispondergli, non posso fare a
meno di adottare un tono carico di biasimo:
- Naturalmente.
Ora scusami, ma devo proprio andare. Mi aspettano in... in...
biblioteca per... Comunque il numero era il mio. Ciao.
Mi
avvio a passo spedito, senza voltarmi indietro e rimpiangendo
amaramente la mia ingenuità. Gabbata da uno che forse è a malapena
maggiorenne. Stolta, stolta me!
Senza
contare che [zan zan!]... Non ricordo minimamente il suo
aspetto fisico. Potrei incontrarlo ovunque, in qualsiasi momento, e non riconoscerlo.
(PROBABLY) TO
BE CONTINUED....

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