xmlns:b='http://www.google.com/2005/gml/b' xmlns:data='http://www.google.com/2005/gml/data' xmlns:expr='http://www.google.com/2005/gml/expr'xmlns:fb='http://ogp.me/ns/fb#' xmlns:og='http://ogp.me/ns#'> Lo spazio di Paz: Di Natale, atmosfere wodehousiane e orsetti misconosciuti

giovedì 10 dicembre 2015

Di Natale, atmosfere wodehousiane e orsetti misconosciuti

I (non richiesti) perché e percome
E' per me molto difficile riportare quanto accaduto ieri, e per più di un ordine di ragioni. 
Anzitutto, per una considerazione di carattere generale: nonostante siano mesi che io frema dal desiderio di narrare qualcuna delle mirabolanti vicende di Lavoro n. 1 (il primo di cinque, «ma questa è un'altra storia e si dovrà raccontare un'altra volta»), alcuni fattori, per dire così, "prudenziali" mi hanno sinora fatta desistere (in pubblico, naturalmente): la convinzione che non fosse opportuno contaminare questo spazio di racconti, perlopiù pensato come narrazione di situazioni personali, quotidiane e (apparentemente) ordinarie, con contesti professionali, più seri e formali; la difficoltà di come raccontare episodi specifici senza dare eccessive coordinate di riferimento, in modo da tutelare i personaggi coinvolti; il fatto che più d'uno dei diretti interessati legga il mio blog; di conseguenza, ultimo ma non ultimo: la paura che poi mi sgridano ecco.
In secondo luogo, nello specifico di quanto sto, nonostante tutto, per riportare, mi sento particolarmente frenata in senso emotivo: questo episodio, che non ho reticenze a definire drammatico, coinvolge nel profondo il mio intero vissuto esistenziale, la mia identità tutta, e renderne pubbliche le dinamiche rappresenta davvero un atto di violenza contro me stessa.
Eppure, non è più tempo di tacere. La resistenza è inutile. E questo non solo perché è alla radice illusorio pensare di poter mantenere isolati i vari ambienti nei quali mi muovo, scegliendo di riservare questo blog a momenti buffi riguardanti il mio quotidiano senza che ciò si intrecci con l'ambito lavorativo; ma anche perché, nella fattispecie, Lavoro n. 1 ha da subito rappresentato una ghiotta fonte di aneddoti e resoconti, alla quale sinora con estrema difficoltà sono riuscita a non attingere. Proprio in onore di questa riserva di non-detto, che preme da tempo e a cui in qualche modo occorre rendere, pur parzialmente, giustizia, scelgo di divulgare pubblicamente le vicende occorse ieri. A che il mondo sappia.

Wake me up, when December begins
Ora, prima di procedere con il resoconto dei fatti, devo premettere questo: io amo dicembre. Mi spiace, lo so lo so che è terribilmente mainstream, ma non avrebbe potuto essere altrimenti: sono nata a dicembre (a proposito, ricordatevi di farmi gli auguri), una manciata di giorni prima di Natale, e quindi, da quando sono piccola (leggasi tra le righe: tuttora), dicembre per me è una lunga, squillante sera del dì di festa, che dal momento in cui si addobba l'albero al brindisi di Capodanno mi inebria di un umore fastidiosamente gaio. Il che ha i suoi pro e i suoi contro, naturalmente, giacché non appena inizia gennaio mi ritrovo immersa in una densa malinconia dal sapore leopardiano, morbida e spessa come un piumone e grigia come una strada di Roma nord (ricordo che sono sinestetica, dunque la mia malinconia è morbida spessa e grigia ecco), da cui inizio a riprendermi verso fine mese. 
A ogni modo, non è il mesto gennaio a interessarmi, in questa sede, ma il Natale. Dicembre e il Natale. Alla faccenda della sera del dì di festa, infatti, va aggiunto un ulteriore livello di considerazioni, assolutamente non trascurabile: io ho fatto la scuola dalle suore. Otto anni, per l'esattezza. Il che, capite bene, significa che sono praticamente progettata per questo periodo dell'anno: la suora MacGyver mi ha insegnato a ricavare una pastorella da un rotolo di carta igienica, una pallina da ping pong e un gomitolo di lana; per anni, i miei compagni e io ci siamo recati, con suor zia Polly (quella di Pollyanna, che sembra algida e rigida ma in fondo ha un cuore d'oro) ad addobbare i sempreverdi della casa di riposo accanto alla nostra scuola; per non parlare dei concerti di Natale, le letture dal libro di antologia, i temini dedicati, i lavoretti... Ecco, a dicembre io, nonostante le brutture e i disincantamenti della vita, ritrovo quel clima, quelle sensazioni, e mi ci avvolgo con autentica goduria. 
E' dunque a questo punto comprensibile lo stato d'animo giuoioso con cui, un paio di settimane fa, capitando per caso da un cinese (no non parrucchiere), con la vaga sensazione che, di lì a breve, avrei avuto l'impulso di addobbare cose, ho acquistato un alberello, un filo di perline dorate, alcune statuine da presepe e una serie di decorazioni a forma di orsetti polari. Degli adorabili, brillantinosi, pacchianissimi orsetti bianchi, con gli occhietti luminosi e una sbrilluccicosa sciarpa rossa al collo. Incurante dei rischi, il pensiero si è fatto strada in me pressoché da subito: "li porterò a Lavoro n. 1 e [zan zan!] addobberemo la sede".
Ma, come si suol dire in questi casi, avevo fatto i conti senza l'oste.

Teniamo duro, Wodehouse
A questo punto, urgono un paio di indicazioni sugli abitanti della sede di Lavoro n. 1. Per tutelare la loro privacy (e la mia incolumità), costoro saranno interpretati da alcuni dei personaggi che popolano i romanzi di P.G. Wodehouse. Uno dei cicli di storie di Wodehouse narra, in prima persona, le vicende di un gentiluomo inglese, Bertie Wooster. Bertie è un giovanotto un po' ingenuo e stupidotto che, armato di tanta buona volontà quanta goffaggine, si ritrova sempre invischiato, suo malgrado, in un groviglio inestricabile di pasticci, che vedono coinvolti perlopiù gli zii e gli amici a lui più prossimi. A togliergli le castagne dal fuoco interviene quindi il fedele e colto maggiordomo Jeeves, che riesce sempre a dipanare la matassa di equivoci creati, più o meno consapevolmente, da Bertie e a trarlo d'impaccio. Tra i numerosi parenti del protagonista spiccano poi senz'altro due zie paterne, che variamente innescano o alimentano i malintesi che coinvolgono il nipote: la dolce zia Dahlia, che lo adora e ha sempre, nei suoi confronti, un atteggiamento materno e protettivo; e la severa zia Agatha, che non perde occasione per sottolinearne l'inettitudine.
Orbene. Non so cosa penserebbe Wodehouse, se gli fosse dato modo di osservare le dinamiche interne a Lavoro n. 1. Fatto sta che Bertie, Jeeves, zia Dahlia e zia Agatha si trovano a interagirvi per almeno due volte la settimana. Ovviamente, spero non ci sia bisogno di chiarire quale, di questi personaggi, rappresenti me. Altrettanto ovviamente, il capo del tutto non poteva che essere zia Agatha.
Eccoci dunque a noi. Non appena terminati i miei acquisti natalizi, ne do notizia alla cara zia Dahlia che, approvandomi naturalmente con benevolenza, si offre di contribuire all'idea e partecipare attivamente all'opera di addobbamento. Non lo nego, il mio pensiero va, costante, a loro: gli orsetti sbrilluccicosi con la sciarpa scarlatta. Già prefiguro la sede di Lavoro n. 1 impreziosita e illuminata dai loro occhietti vivaci, dalla loro espressione pacioccosa, dalla loro tempra di orsetti sbrilluccicosi che sanno il fatto loro.
Ci troviamo dunque zia Dahlia e io, ieri, mercoledì 9 dicembre, qualche minuto prima dell'inizio del turno, ad agghindare il nostro luogo di lavoro: in men che non si dica, due alberelli e due presepietti (perché two is megl' che one) si ergono, piccini ma solenni, sui due tavoli di ingresso; tante palline dorate ornano i due olivi (ebbene sì: abbiamo gli olivi), tanto cari alla dea Atena, che troneggiano sui sanpietrini (ebbene sì, abbiamo anche i sanpietrini) dell'anticamera. Chissà i fiumi di inchiostro che Lisia avrebbe versato sulla cosa. Amor sacro, amor profano e amor kitsch si compenetrano in modo grandioso. Se ne prova quasi soggezione. 
Sono rapita dalla maestosità della sede, in questa veste inedita e quasi accogliente. Il mio unico, latente disappunto è rappresentato dal contegno sussiegoso di Jeeves che, arrivato nel mezzo dell'operazione, dopo aver lasciato scivolare verso di noi la sua disapprovazione, si era previdentemente rintanato nella sua stanza, ignorando la questione. Suor MacGyver, suor zia Polly e le altre lo avrebbero sicuramente tirato per le orecchie e obbligato a partecipare con entusiasmo alla faccenda, ma zia Dahlia e io, troppo presenti alla magia del momento, lo avevamo lasciato alle prese con se stesso. Non è degno di ulteriore considerazione colui che, volontariamente, si tiri indietro dinanzi alla prospettiva di agghindare un olivo con delle palline dorate. 
Una volta terminato di apparecchiare nataliziescamente il tutto, però, zia Dahlia non può più contenere la giuoia che le preme in petto e decide di condividerla con lui, andandolo a chiamare e chiedendogli un parere. In quel momento io, con la massima cura possibile, sto disponendo i famosi orsetti. Sette orsetti per sette posticelli: tre orsetti accanto agli alberelli, per proteggerne l'ideale tensione verso l'alto; un orsetto sulla scrivania di zia Dahlia, per rammentarle costantemente di qual calore sia in grado il Natale e di quali, deliziosi capolavori di artigianato siano capaci le industrie cinesi; uno sulla scrivania di zia Agatha, ancora non arrivata in sede, per domarla, trovarla, ghermirla e nella fluorescenza incatenarla; un orsetto per la mia scrivania, perché l'idea è stata mia e almeno uno lo voglio umpf; e un orsetto per la scrivania di Jeeves, perché così vorrebbero suor MacGyver, suor zia Polly e le intere generazioni di suore a cui queste danno volto. 
Il dramma del momento mi investe dunque, con la rapidità feroce di un predatore, da più direzioni. Giacché sto disponendo gli orsetti guarda-alberelli, che con le loro sgargianti sciarpine rosse sembrano illuminare persino l'olivo più lontano, che Jeeves arriva, lancia laconico un paio di commenti di circostanza al tutto, e infine si volge verso di lui. Non faccio in tempo a finire di formulare in mente: "Ora la sua prospettiva cambierà completamente, ingoierà il suo cinismo cosmico, solleverà l'orsetto con sguardo rapito e intonerà un canto natalizio", che lui interloquisce con un interrogativo: 
- E questo? -
Sto giustamente per replicare: "è un adorabile orsetto polare, progettato dall'avanguardia dell'industria manifatturiera cinese per inondare con la sua luminescenza le nostre miserande esistenze" che lui prosegue, sferzante: 
- Un tipico simbolo natalizio, eh... -
In effetti, mi sta sottoponendo un aspetto della questione sul quale non mi ero soffermata. Si tratta evidentemente di un dettaglio insignificante, del tutto privo di valore se comparato alla inequivocabile bellezza dei miei orsetti. Del resto, questa conversazione sta avvenendo al cospetto di un olivo carico di palle dorate, dunque non andrei troppo per il sottile.
Faccio quindi per comunicargli che, leggendo nel profondo del suo cuore, sto per fargli dono di uno di questi meravigliosi orsetti, a che possa a breve ornare la sua scrivania. Ma lui, non appena ne vede comparire un altro nella mia mano, mi precede con la tipica intelligenza di ogni Jeeves che si rispetti: 
- No no no grazie.
...
Non ci sono parole per esprimere la costernazione che invade l'ambiente. Dal lieve stormire delle foglie dell'olivo più vicino all'algida sensazione dei sanpietrini sotto le scarpe (e nonostante le scarpe), passando per gli occhioni improvvisamente languidi di due degli orsetti più nei pressi, tutto sembra lanciare strali di biasimo a cotanto affronto. E giunge dalle retrovie la voce stupefatta di zia Dahlia, che interviene, basita, sgomenta, incapace di rinvenire un senso, a dare espressione verbale all'annichilimento generale: 
- Non l'ha voluto?! -
Ebbene: non l'ha voluto. Jeeves ha detto no all'orsetto. 
E si fa strada, strisciando, un pensiero ben più sordido e inquietante: se Jeeves non ha gradito che la sua scrivania venisse impreziosita da una di queste adorabili creazioni orsomorfe, quale, quale reazione mai potrà avere la temibile zia Agatha imbattendosi all'improvviso in uno di loro, sciarpa scarlatta al collo e brillantini tutto intorno?  
Non esito ad avanzare questa perplessità al fido consigliere Jeeves:
- Jeeves - gli chiedo, fingendo noncuranza per l'affronto subito da Orsetto n. 7 - Pensi che a zia Agatha farà piacere trovarne uno sulla scrivania, così senza preavviso?
La risposta è un'altra colata caustica che, indirettamente, si riversa sui sette fluorescenti orsetti e su tutto ciò che essi rappresentano:
- Ma sì le farà piacere. Tra voi vi capite, con 'ste cose da femmine...
...
E' troppo. Devo impedire che Orsetto n. 7 ascolti oltre, continuando a rilasciare il suo rivestimento brillantinoso sulla mia mano in segno di mortificazione. Liquidando velocemente tanta insolenza, affido anche l'ultimo orsetto alle cure di zia Dahlia e lancio un'ultima, commossa occhiata alla figuretta iridescente che campeggia in lontananza dallo studio di zia Agatha, pregustando nonostante tutto il calore affettuoso che, indubbiamente, la pervaderà, quando si troverà fissata da quegli occhietti intelligenti di orsetto di polistirolo.

Anche in questo caso, tuttavia, le mie aspettative sono destinate a infrangersi contro la dura, glaciale barriera della realtà: zia Agatha arriva, si siede alla scrivania, viene da me, mi sgrida, torna alla scrivania, telefona, lavora. Il tutto, verosimilmente, con l'orsetto che la fissa, in attesa di un gesto di affettuosa benevolenza. 
Eppure, nessun accenno. Nessun "grazie", nessun "no no no grazie" fa eco all'amabile scoperta. Neanche quando vado via, nel salutarmi con aria annoiata dalla mia inettitudine, accenna alla dolcissima presenza che deve averle fatto compagnia per l'intero pomeriggio. E in effetti, non mi pare di scorgere alcuna dolcissima presenza. 
Non potrei giurare, a questo punto, che Orsetto n. 5 non abbia preferito la fuga: siamo al piano terra e le nostre finestre sono grandi; stando attento a non lasciare scie luminose al suo passaggio, avrebbe potuto benissimo optare per un congedo silenzioso e discreto, che gli consentisse di cercare altrove il calore e l'ammirazione che chiunque, fuori dalla sede di Lavoro n. 1, riserverebbe a un orsetto della sua levatura. Oppure, all'inverso, zia Agatha ne è rimasta talmente conquistata che ha deciso di portarlo a casa con sé (anche io ci avevo pensato, in effetti) e, lottando contro se stessa sino allo stremo per non far trapelare le ondate di affetto che nutre per lui, e di conseguenza per me, ha adottato l'astuto espediente di un contegno austero e severo. 
L'interrogativo risuona, sibillino. E, ancor più radicale, si affaccia un'altra domanda, attorno a cui lavora, operosa, la mente: pecché? Come si può rimanere insensibili al candore innocente evocato da questi pregiatissimi orsetti? Non una, ma ben due persone al mondo, entrambe nello stesso luogo, hanno osato sottrarsi al loro fascino. Che sia davvero un caso? 
Forse, non sussiste risposta. Ma sì, certo, almeno questo ve lo devo, miei adorati orsetti: permane la domanda.






Nessun commento:

Posta un commento