Come la maggior parte di voi ben sa, venerdì scorso ho discusso la mia tesi di dottorato. Su questo episodio, tante sono le storie possibili.
Potrei ad esempio raccontarvi l'incalzante succedersi degli eventi, da quando ho finito di ripassare la mattina, mangiando le Gocciole tarocche del Tuodì, sino alla solenne proclamazione delle 2 del pomeriggio: in tal modo, qualcuno renderebbe finalmente giustizia all'imprevedibile e rocambolesco mondo degli studi filosofici - in fondo, se hanno realizzato ben quattro film d'avventura su un archeologo, cioè uno che cataloga i cocci, perché non dovrebbe essere altrettanto avvincente, perigliosa, carica di tensione sino all'inverosimile, la quotidianità di uno che si chiede perché c'è l'essere e non il nulla? (da questo brillante input narrativo, peraltro, nasceva anni fa l'amatissima figura di Graeca Jones, intrepido e valoroso studioso di filosofia, le cui gesta all'epoca rappresentarono una delle più graffianti satire sociali nei confronti dei disservizi delle biblioteche romane).
Oppure, potrei richiamare alla mente le viscerali emozioni di quei momenti concitati, per fermarle nero su bianco e fissarle nel mio cuoricino. Ma per questo esiste il mio diario segreto (sì sì esatto, esiste), e non ho ragione di imporvi stucchevoli riflessioni alla Max Pezzali sulla vita che passa, gli amici che restano, porte che si aprono e chiudono.
In effetti, potrei anche limitarmi a un imparziale resoconto degli accadimenti, una piana cronistoria che ricostruisca il filo che ha tenuto assieme la giornata di venerdì. Ma mi annoierei io per prima, senza contare che la mia memoria non è così buona, e che alcuni sostengono che non si possa mai essere imparziali e che siamo immersi nei nostri punti di vista, chissà.
Allora? Allora, dato che fondamentalmente questo blog è il mio modo per raccontarvi, in un colpo solo, le cose che altrimenti dovrei ripetere a uno a uno di persona (con il serio rischio che alcuni ascoltino la stessa storia tre o quattro volte), mi limito semplicemente a riportare le cosiddette "cose degne di nota". Non necessariamente le più importanti, quelle decisive. Piuttosto quelle che, sicuramente, vi avrei raccontato per prime anche di persona.
Fermo restando che sono solo una delle tante storie possibili.
La sera prima
La sera prima è naturalmente il momento in cui si riprende la mail della segreteria amministrativa (arrivata con un mese di anticipo) che ricapitola tutti i documenti da portare alla discussione.
- Allegato B compilato in tutte le sue parti. Ora, devo premettere questo, anticipando sicuramente un dubbio di molti. No: neanche per un istante mi sono chiesta se per caso non ci fosse un errore e mancasse un "allegato A". Chi abita a due passi da Euroma2 e ha ormai smesso da anni di interrogarsi sull'esistenza di un "Euroma1", ha imparato che ci sono questioni destinate a non trovare mai risposta e che occorre tutelarsi emotivamente. Ci sono serie che non iniziano dal principio: così è la vita, così è per il nostro allegato B. Premesso questo, dicevo, la faccenda con l'allegato B è semplice: si stampa, si compila (anzi no: prima si compila in word, poi si stampa, che fa più figo), si inserisce nella tesi per ricordarsi di portarlo.
- Informativa sul trattamento dei dati personali. In pratica, nel caso moriste dalla curiosità di saperne di più, abbiamo dovuto firmare un consenso al trattamento dei nostri dati personali. Anche in questo caso, procedo speditamente e orgogliosa della mia disinvoltura.
- Questionario Almalaurea. Trattasi di ricatto morale con cui, sin dalla triennale, la Sapienza ci minaccia di non farci conseguire titoli universitari. "Certo, a meno che...". A meno che non impieghiamo tre ore della nostra vita a rispondere al questionario Almalaurea. E ad aggiornare il curriculum Almalaurea. E a non dire "A" (e tantomeno "allegato A") nel caso Almalaurea ci scrivesse, o ci telefonasse, o ci aspettasse sotto casa. Anche in questo caso, però, sono particolarmente fiera di me: giacché sì, ho già compilato il malefico questionario, da tempo. Si tratta solo di stamparlo e aggiungerlo al malloppo.
- Documento di indennità. Davanti al "documento di indennità", lo confesso, perdo per un istante la mia sicumera. Così, a senso, mi sa di insulto, come se l'università volesse sgravarsi di ogni responsabilità nei nostri confronti, oppure tutelarsi una volta che ci avesse rigurgitato nel mondo: voi sprovveduti e disadattati studiosi di filosofia combinate qualche pasticcio? Beh, nessuno si azzardi a prendersela con noi: decliniamo ogni responsabilità. Rifletto. Cerco su Google. Non capisco. Torno a riflettere. Dopo molto riflettere (almeno due o tre minuti. Su questa cosa), decido di scrivere a un amico che, come me, avrebbe discusso la tesi il giorno seguente.
Premetto due cose. Quanto sto per riportare è avvenuto realmente; poiché è avvenuto in un gruppo Whatsapp, purtroppo, esistono dei testimoni.
- Scusa - digito io, lievemente in apprensione - ma che è sto documento d'indennità? Ci trattano da invalidi civili?
Risate. Quindi il diretto interessato risponde che, ahinoi, così parrebbe, tant'è che lui ha dovuto muoversi per tempo, per farsi rilasciare un documento dalla ASL di competenza.
- Eccaallà - ribatto, e già mi vedo cacciata a pedate dalla commissione, perché non mi sono rivolta per tempo alla ASL di competenza dei documenti di indennità per dottorandi in filosofia.
- Maddai, magari non te lo chiedono, si fidano... - prova carinamente a rassicurarmi il mio amico. Ma no, è troppo tardi. Già mi vedo all'aperto, sotto la pioggia, a guardare appoggiata a un vetro gli altri, al calduccio, che lanciano le loro tesi, danno pacche sulle spalle, sorseggiano tè e non so cos'altro si faccia in questi casi. Esclusa, emarginata, reietta perché non ho prestato la debita attenzione alla mail della segreteria e mi sono mossa troppo tardi. E si sa che le ASL hanno i loro tempi. Stolta, stolta me!
Poi, pallido, un piccolo barlume: "ma appunto, le ASL hanno dei tempi lunghi, magari provo a dire che non me l'hanno rilasciato in tempo... Ma sì dai, ti pare che è così importante questo documento di indennità...". Mi sento subito rassicurata. Come se non bastasse, il mio amico rilancia:
- Poi tu hai anche un'amica che lavora in ospedale, garantirà lei per te! - Ben detto!, penso. Lei può garantire che sono indenne, più che indenne.
Sono ormai più che rincuorata, oserei dire quasi baldanzosa, già prefiguro il tono sicuro con cui, all'assenza del mio documento di indennità, avrei ribattuto: "la ASL non ha fatto in tempo, ma se volete possono garantire per me" che interviene, tempestiva, un'altra amica, che ha discusso la tesi la settimana scorsa e che, con un certo imbarazzo, ci rivela la reale prosaicità della situazione. Trattasi infatti di un errore di battitura nella mail. Il "documento di indennità" non è che un romanzesco refuso per il "documento di identità". Che cosa banale. E' dunque quasi con un moto di delusione che recupero, dalla posta elettronica, la scansione della mia carta d'identità e mi appresto a stamparla. "Documento d'identità, tsk", rimugino, senza soffermarmi nemmeno per un istante (non subito, almeno) su due elementi in effetti piuttosto degni di attenzione:
1. il fatto che non mi vergogni, neanche un pochino, di non esserci arrivata subito;
2. che cosa si è fatto rilasciare il mio amico dalla ASL? Pensiamoci insieme per un momento, proviamo a figurarci la scena:
- Mi scusi, io dovrei addottorarmi tra venti giorni...
- In cosa?
- Filosofia.
- Perbacco, amico! Immagino che lei abbia proprio bisogno di un documento di indennità...
- Proprio così, buon uomo!
- Prego, mi segua, avrei bisogno che firmasse alcuni documenti e rispondesse a un paio di domande esistenziali, dopodiché il medico potrà rilasciarglielo.
In effetti, non saprei immaginare diversamente il dialogo. Sì, è senz'altro andata così.
A ogni modo, stampo la mia carta di identità (in scala 20:1, per un motivo che non è ancora ben chiaro a nessuno), la piego accuratamente (ha la stessa superficie della tesi aperta) e la inserisco assieme agli altri documenti.
Bene, si può andare a dormire.
L'attesa
La mattina dopo, arrivo in dipartimento piuttosto serena, relativamente tranquilla, moderatamente carica. La commissione, composta da tre docenti di filosofia chiamati da altre tre università italiane, è già arrivata. Ho naturalmente già cercato le loro fattezze su internet, per cui già so che hanno tutti e tre, incontestabilmente, la faccia da pediatra. E' questo un punto che tengo a sottolineare, perché trova subito il consenso di tutti i presenti, tant'è che quando, un'oretta dopo, il primo dei candidati sarebbe uscito, generale sarebbe stato lo stupore (e, diciamolo, la delusione) di non trovargli neanche una caramella tra le mani.
Sono dunque qui fuori, a zampettare sul posto scherzando occasionalmente con qualcuno, godendo appieno di quel clima cameratesco che sempre unisce chi sta per sostenere un esame, che arriva il mio professore. Si trattiene solo qualche minuto con noi. Chiacchierando, torna allegramente con la memoria a due o tre episodi di tesi bocciate in sede di discussione. Senza alcuna malizia, prosegue riflettendo sull'interesse che rivestono queste occasioni, specialmente quando fanno emergere rilievi critici nei confronti dei lavori che vengono discussi. Conclude quindi con un incoraggiante: "che dire... Vedremo lei come saprà cavarsela!", prima di sparire dietro le porte della biblioteca, promettendo che sarebbe tornato in tempo per assistere alla mia discussione.
Mi trova serena, sorridente e ben disposta nei confronti dell'umanità. Mi lascia insicura, spaesata, con un improvviso desiderio di fuga. Perfetto: ora sono davvero pronta.
Deh, ragioniamo insieme un poco...
Si ride e si scherza (a parte la sottoscritta, ancora provata dal breve scambio con il professore), ma intanto il tempo passa e, a un certo punto, è per me che la porta si apre.
Per prima cosa, mi vengono richiesti i documenti che ho accuratamente preparato la sera prima. Mi chiedo vagamente quale sia stata la reazione davanti al certificato della ASL del mio amico, ma è solo un attimo: il pensiero che gli fa immediatamente seguito è quale sarà la reazione una volta che avrò srotolato la fotocopia della mia carta d'identità. Sto ancora calcolando approssimativamente i metri quadri della stanza, per valutare se sia possibile dispiegare il documento per intero, che per fortuna il presidente della commissione, il più pediatra di tutti, mi riporta alla realtà chiedendomi il documento originale. Sorride con fare paterno (come tutti i pediatri, del resto) e mi invita a prendere la parola.
Ora: in tanti mi avete domandato cosa mi abbiano chiesto, come si sia svolto il tutto. Questa è solo una delle tante storie possibili, e non prevede la restituzione della discussione, che è un'altra storia «e si dovrà raccontare un'altra volta».
Parlo, e mi diverto, perché ho l'occasione di confrontarmi su un lavoro a cui ho dedicato anni, che mi è piaciuto realizzare e rispetto a cui ho modo di far emergere anche questioni tangenziali. Non so, suona magari paradossale dirlo, ma avrei quasi voluto più tempo, per dire di più e dirlo meglio. Ma tant'è. Naturalmente, non è questo il mio unico disappunto, quando vengo invitata cortesemente a lasciare la stanza senza avere alcuna caramella tra le mani, ma diciamo che ho una scala delle priorità piuttosto adulta.
Dopo qualche istante, veniamo tutti richiamati all'interno per la proclamazione. Si sorride, si sorride molto.
E niente, a quanto pare, il mondo ha quattro dottori di ricerca in filosofia in più, e per giunta senza alcun documento che ne attesti l'indennità.
I momenti che seguono sono piuttosto concitati, euforici. Ci si congratula, ci si abbraccia. Prima di congedarsi, il professore mi stringe la mano e mi schiocca due sonori baci sulle guance. Il che sancisce definitivamente l'irrealtà di tutta la giornata ma, in fin dei conti, questa è solo una delle tante storie possibili, reali, irreali.
Epilogo
- E ora, che farai?
E' una domanda che solo noi, e solo tra noi, è lecito porre.
- Mah, ho in mente un paio di possibilità... Si va, si prova...
- Esatto! Pensiamo costruttivamente al futuro...
- Uno tenta, poi mano mano si aggiusta il tiro a seconda delle situazioni...
- E a Villa, verrai ancora?
- Penso di sì, anche se di meno... Tu?
- Io non credo, sai, con il lavoro... Tu?
- Mah, chi può dirlo, può darsi ogni tanto, per un saluto...
- Enniente...
- Enzomma...
- Eccosì...
- Allora, io quasi quasi andrei a casa.
- A presto, buon proseguimento!
- A voi, e ancora complimenti!
- Complimenti dottori al cubo, e buon tutto!
Andarono i quattro, salutandosi a viale XXI Aprile, dopo aver pranzato insieme per festeggiare. Andarono ognuno per la propria strada, incontro a una nuova fase, desiderosi, anche se timorosi, di mettersi in gioco nel mondo.
Andarono, i quattro. Prima di reincontrarsi tutti, dieci minuti dopo, tra i corridoi di Villa Mirafiori.
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