xmlns:b='http://www.google.com/2005/gml/b' xmlns:data='http://www.google.com/2005/gml/data' xmlns:expr='http://www.google.com/2005/gml/expr'xmlns:fb='http://ogp.me/ns/fb#' xmlns:og='http://ogp.me/ns#'> Lo spazio di Paz: 50 sfumature di mosche di velluto grigio

venerdì 30 gennaio 2015

50 sfumature di mosche di velluto grigio

Pantaloni di velluto.


Per quindici anni ho disdegnato i pantaloni di velluto. Sepolto in un cantuccio buio e polveroso della mia mente dove non frugo mai, accanto alla corretta grafia della parola "prosieguo" e a come si gioca a briscola, giaceva l'informazione che, nel mondo, esistevano anche i pantaloni di velluto.
Questa disinvolta indifferenza non va imputata ai pantaloni di velluto in sé, poverini. No. Il motivo aveva radici ben più profonde: alle medie, dalle suore, ho indossato pantaloni di velluto per tre anni. Giorno dopo giorno, l'indistruttibile divisa scolastica frusciava in tutti i corridoi e le aule dell'istituto. Decine, centinaia di indistruttibili pantaloni di velluto. 
Ne avevamo di due tipi: uno blu, dal taglio dignitoso e decentemente in tinta con il maglione di lana. E uno grigio. Dal taglio a... boh? Non certo a sigaretta. Erano larghi sui fianchi e stretti alle caviglie. Oggi si definirebbero "a carota", e magari sarebbero anche considerati "elegantemente anni Ottanta". Fidatevi: per delle ragazzine che si avvicinano all'adolescenza, quei pantaloni tutto erano fuorché "eleganti" o "a carota". Tantomeno a sigaretta. La forma era più quella di una canna male arrotolata, per rimanere nella metafora. E poiché i pantaloni di velluto blu furono una rivoluzionaria introduzione progressista di quando io frequentavo la seconda media, per tutto il primo anno l'unica alternativa ai pantaloni grigi a canna male arrotolata fu una gonna a pieghe, grigia anch'essa, che arrivava al ginocchio. E che non poteva essere accorciata. Ricordo ancora il nome di colei che una volta provò ad arrotolarsela in vita. 
[Apro una breve parentesi: per non parlare della camicia a righe azzurre. Tre anni  passati a indossare camicie dal taglio maschile. Giorno dopo giorno. E oggi, a ventotto anni, ancora mi viene istintivo cercare il bottone dei polsini dal lato sbagliato]. 

A ogni modo. Capite bene che nessuno che abbia indossato quella divisa per più di due ore consecutive ha più valutato la possibilità di vestirsi con maglioni blu, o camicie a righe azzurre. O pantaloni di velluto.
Nel mio caso, la rimozione della loro esistenza è perdurata sino a qualche settimana fa quando, all'outlet con un'amica, mi sono scoperta a osservare assieme a lei una pila ordinata di pantaloni di velluto. Lei pensava di provarne un paio. A un tratto, li guardai con occhi nuovi. Li accarezzai, compiaciuta come se avessi risolto un'equazione. Li indossai. Erano caldi, morbidosi, fruscicosi. Era come indossare una coccola. Li volevo, assolutamente. Li acquistai. Erano miei, tutti miei. Il mio tessssoooro. 
I miei nuovi pantaloni di velluto, di un bel beige caldo e luminoso, mi avrebbero protetto dalle insidie del mondo riportandomi inconsciamente all'infanzia. Sarebbe stato come andare in giro con un peluche.
Ero talmente soddisfatta del mio acquisto che iniziai a volerne altri. I pantaloni di velluto erano una delle migliori invenzioni dell'umanità e io me ne ero inspiegabilmente privata troppo a lungo! Dovevo recuperare. Il trauma era definitivamente superato!

...O forse, no.

Giacché latente, nascosto, permane in ognuno di noi un angolo buio, una regione oscura che la luce diffusa dal tempo e dalla maturità non sempre riesce a lambire.
Quanto avvenuto oggi conferma che, in me, permane ancora questa regione oscura, con la quale dovrò temo imparare a convivere. Sono in un negozio di via Cola di Rienzo. Provo un bellissimo pantalone di velluto grigio, che sembra quasi che voglia abbracciarmi e dirmi che, ora che siamo insieme, andrà tutto bene perché lui mi proteggerà con la sua morbidosa fruscevolezza... Quando eccolo. L'impulso. Una visione, chiarissima, di ciò che doveva essere, di ciò che lui voleva da me: dovevo trovare immediatamente una camicia a righe e un maglione blu scuro da abbinarvi. Solo allora tutto sarebbe stato come doveva essere, come era giusto che fosse perché così era sempre stato. Solo allora sarei stata pronta, e il mio Grigio Signore mi avrebbe condotta frusciando a fare una cartina muta dell'Italia per prepararmi all'interrogazione di geografia. E tutto si sarebbe alfine compiuto.

Ma ho resistito al richiamo. Ho riposto i pantaloni di velluto grigi assieme agli altri. Sono uscita in strada, ho respirato profondamente. 
Eppure nulla è più come prima. Ora so che, latente in me, si cela ancora questo oscuro impulso. Il Cattivo Gusto alberga ancora in me. Combatterlo sarà difficile, ma non impossibile. Sono passati quindici anni; io sono cresciuta, maturata. A volte capita che mi vesta anche dignitosamente. Non butterò anni di lavoro al vento a causa di questa pericolosa passione per i pantaloni di velluto. Non sono ancora pronta. Non ho ancora l'equilibrio necessario per riavvicinarmi a certi outfit. 

Penso questo, e mi allontano a passo spedito, soddisfatta e fiera della mia forza d'animo. La via è animata, rumorosa, frettolosa.
Cammino a testa bassa, le mani in tasca, il volto semicoperto dalla sciarpa. Ma nulla potrà darmi quel calore. In nessun luogo ritroverò quel morbidoso abbraccio. 
E - che strano! - risuona ancora, nelle mie orecchie e nel mio cuore, la flebile eco di un lontano fruscio.


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