xmlns:b='http://www.google.com/2005/gml/b' xmlns:data='http://www.google.com/2005/gml/data' xmlns:expr='http://www.google.com/2005/gml/expr'xmlns:fb='http://ogp.me/ns/fb#' xmlns:og='http://ogp.me/ns#'> Lo spazio di Paz: C'era una volta GIANNI

lunedì 22 giugno 2015

C'era una volta GIANNI

Dopo averlo incontrato per l'ennesima volta, e sempre secondo le medesime, inquietanti dinamiche, non posso non narrare qui le sue vicende. Glielo devo.

Una doverosa premessa 

A onor del vero, le complesse modalità che hanno portato alle drammatiche vicissitudini attuali non mi trovano proprio proprio del tutto estranea. A mia parziale giustificazione, posso solo richiamare la mia conclamata incapacità di memorizzare i volti umani. Non ho mai fatto mistero di non essere fisionomista: i parametri con i quali valuto la familiarità di un viso sono estremamente rudimentali, grossolani, oserei dire che non vadano oltre le domande-base che potrebbe formulare un qualsiasi giocatore di Indovina chi?: avere la barba e gli occhiali, essere alti/bassi, avere o meno i capelli. Sono una grande fan di queste categorie approssimative, sotto le quali sono abilissima a ricondurre pressoché tutte le persone che conosco o nelle quali mi imbatto sporadicamente, rinvenendo dunque somiglianze fisiche assolutamente primitive e confondendo tra loro individui del tutto irriducibili. 
In compenso - lasciatemelo dire, perché quel che è giusto è giusto - posseggo la rara e delicata abilità di cogliere, nei miei interlocutori, le più piccole sfumature nell'atteggiamento, nella postura, nelle inflessioni della voce. Per cui, nel piglio ostinato con cui sintetizzo le persone, sussiste quasi sempre una qualche somiglianza tra Tizio e Caio: o spiccatamente fisica (ad esempio, se Tizio e Caio sono entrambi mori con gli occhiali, io ho tutti gli elementi per poter dire che siano uno il "sosia" dell'altro; non ho bisogno di altro, e posso tranquillamente iniziare a confonderli tra loro); oppure comportamentale: magari entrambi parlano con la testa inclinata alla stessa angolazione, ridono alla stessa frequenza, pronunciano quella certa parola con identica intonazione di voce. Non so voi, ma io credo che non sia da tutti. Voglio dire, è un'abilità la cui rarità è pari solo forse alla sua inutilità, e non è cosa da poco, specie di questi tempi. Amo considerare questa mia capacità un simpatico vezzo, piuttosto che una rara deficienza cerebrale dovuta a un fortuito ma vincente connubio tra miopia e sinestesia (NB ebbene sì, sono sinestetica; nel senso che unisco tra loro ambiti sensoriali diversi, per cui posso dirvi di che colore vedo quel determinato concetto o come sono collocati nello spazio i vostri ragionamenti. Esatto: sono un ricettacolo di capacità inutili quanto imbarazzanti). 

E' questo ciò che mi capita di dire, ogni volta che manco di salutare un conoscente perché ho completamente resettato le sue fattezze dalla mia memoria volatile. O, all'inverso, che rivolgo la parola a dei perfetti estranei. Per settimane. 

I primi incontri - Di quando io non sapevo chi fosse lui

Con Gianni le cose iniziarono esattamente in questo modo. Non fu colpa mia, ma di questa mia bizzarra abitudine a confondere le persone. Che volete farci, sono fatta così. Fatto sta che il buon Gianni avrebbe dovuto pensarci meglio, prima di essere uguale a Mattia. 
Ora, Mattia è il compagno di una cara amica di un mio amico che avevo visto quattro o cinque volte (Mattia, non il mio amico). Capite bene che mancavano tutte le condizioni necessarie e sufficienti a che io potessi ricordarmi com'era fatto. In quattro o cinque volte io, se sono particolarmente reattiva, inizio appena a capire di aver forse già visto da qualche parte quella persona.
Fu così che, nel lontano 2012, andando all'università mi imbattei in questo Mattia. Vagamente sorpresa di trovarlo lì, iniziai a chiacchierarci amabilmente, non mancando - come vuole l'educazione - di chiedergli di porgere i miei saluti a Valentina, la sua ragazza. Cosa che lui - e questo a mia parziale difesa - prontamente promise di fare.
Ritrovato quindi dopo qualche tempo il buon Mattia nella biblioteca del mio dipartimento, confesso che, in effetti, mi soffermai brevemente sulla stranezza della sua presenza lì. Ma liquidai la cosa, devo dire, con una certa disinvoltura, e naturalmente non esitai a fermarmi ancora a chiacchierare con lui in modo affabile, trovandolo anche particolarmente informato sui docenti e sulle ultime novità di dipartimento. Il dubbio divenne infine più consistente la terza volta, quando, dopo aver chiacchierato con fare quasi cameratesco per un buon quarto d'ora, Mattia decise di spiazzarmi, uscendosene con un: "Comunque piacere, io mi chiamo GIANNI".

Inutile dire che da quella volta evitai accuratamente anche solo di salutarlo. Il povero Gianni dovette certamente pensare a un qualche mio squilibrio mentale (oltre alla sinestesia, dico), da trattare evidentemente con indulgenza ma a cui non dedicare troppa attenzione. Le nostre vite ripresero dunque a scorrere parallele. Tutto questo fino all'anno scorso, quando il destino volle mettere nuovamente Gianni sul mio cammino. 

I nuovi incontri - Di quando lui non sapeva chi fossi io

Ora, devo premettere una cosa, e proverò a farlo senza dare troppi elementi utili a identificare il povero Gianni (oltre ad aver scritto una trentina di volte il suo nome, si intende). Gianni studia una cosa che non ha nulla a che fare con quello che studio io, ma sulla quale anni fa il Caso volle che scrivessi un articoletto. Un, solo, misero articolo per colpa del quale adesso, regolarmente, Gianni appare e mi chiede consigli e pareri sui suoi studi. Un po' come l'amico di Bridget Jones che aveva scritto un'unica canzone negli anni Ottanta, e che continuava a vivere di rendita. Ecco, io uguale, solo nella versione più secchiona e triste.

Ma riportiamo i fatti con ordine. Siamo alla fine del 2013. Entrata nella biblioteca del dipartimento scopro, con imbarazzo e orrore, di essere "compagna di banco" proprio di Gianni. Sperando vivamente che non si ricordi di quando ci ridevo e scherzavo convinta di conoscerlo, chino la testa sui libri. Ma sento inequivocabilmente il suo sguardo su di me. Gianni mi fissa. "Eccaaallà", penso, continuando ostinatamente a fare finta di nulla, mentre in quegli occhi puntati su di me percepisco tutta la sua disapprovazione. Sino a quando non posso più nascondere l'evidenza dei fatti.
"Scusami...": a quanto pare, Gianni e il suo biasimo esigono un'interlocuzione. Mi volto a guardarlo, e quello che ho di fronte è un Gianni sulle spine, carico di attese, bisognoso di confronto e di chiarimenti. Un Gianni a cui nessuno con un po' di cuore avrebbe potuto voltare le spalle.
"Ma tu... tu sei..."
Dentro di me febbrilmente lavoro a una scusa dignitosa per il mio comportamento schizofrenico nei suoi confronti, e già prefiguro il prosieguo della sua frase, che nella mia mente suona pressappoco così: "ma tu sei quaa matta che prima mi attacca bottone a buffo e poi finge di non conoscermi? Ma ce l'hai con me o ti eri solo scordata di prendere le tue medicine?"
Eppure, subito dopo devo ricredermi, perché è con un tono denso di ammirazione, quasi commosso, che Gianni mi chiede: 
"Ma tu sei F.P., la famosa autrice di quell'articolo su quella cosa che studio io?"
"Ehm... Sì...."
"Daaai! Grazie mille, era chiarissimo quell'articolo!". 
Gianni mi fissa con entusiasmo.
"Ehm...Grazie..."
Un entusiasmo folle.
E prosegue, sulla scia di emozioni ormai evidentemente incontenibili:
"A proposito, potrei farti qualche domanda?"
Rispondo con cautela:
"Sì, volentieri, ma non cose troppo specifiche, tieni conto che io in realtà non studio quelle cose, quell'articolo era nato per una serie di motivi che ora non sto qui a spiegarti ma insomma ecco io studio tutt'altro..."
"No no certo. In pratica, vorrei sapere che ne pensi della differenza tra [segue domanda super-specifica e tecnica che non riporto, un po' per tutelare la privacy di Gianni e un po' perché proprio non me la ricordo]...?"
Silenzio carico di aspettative. Una promessa attesa e già da subito infranta, quella del povero Gianni. L'inadeguatezza al ruolo cui mi ha chiamata con l'ingenua fiducia e lo sguardo implorante di un gatto all'ora di cena mi impone di chiarire le cose, con fermezza e decisione: 
"Ehm... Ecco vedi, cioè... Come ti dicevo, io in realtà non è che proprio..."
Non ho bisogno di aggiungere altro. Gianni comprende.
"Ah sì sì hai ragione! Come non detto! Scusami l'accollo!"
"No ma figurati..."

Non seppi più nulla di Gianni per altri mesi, fino a quando non ci trovammo sulla stessa panchina a consolare una nostra comune amica. Nel senso che io ero andata a consolare questa mia amica e avevo trovato anche Gianni. In fondo, chi ero io per impedire a chicchessia di farsi consolare dal Gianni che più gli fosse andato a genio, nel momento del bisogno? Fu così che Gianni e io ci trovammo, solidali ma ancora vagamente perplessi l'uno sulla reale identità dell'altro, a dispensare consigli d'amore a una povera ragazza ignara di quanto aveva appena innescato. Giacché questo episodio, all'apparenza innocuo, avrebbe fatto sentire Gianni legittimato a cercare una seconda serie di incontri, a cadenza devo dire piuttosto regolare e tutti strutturati sulla medesima falsariga di quello in biblioteca: Gianni che appare; io che mi chiedo distrattamente da dove sia saltato fuori; Gianni che, con il suo sguardo cupido, mi fa una domanda ultra-tecnica sulle cose che studia, chiedendo un autorevole parere che non ho; io che gli ricordo educatamente che non so assolutamente di cosa stia parlando; lui che si scusa e sparisce nelle tenebre.

Tutto ciò, lo confesso, ha un sapore vagamente minaccioso. Ho la ferma convinzione che nessuno dei due, tuttora, abbia la minima idea di chi sia l'altro. Dal mio punto di vista, la figura di Gianni continua a essere avvolta dal mistero: un sinistro folletto dei boschi con lo sguardo da gatto affamato, che appare quando meno me lo aspetto, nelle biblioteche più insospettabili, scambiandomi per una della sua specie e provando a comunicare con me nel suo linguaggio oscuro. Dal suo punto di vista, credo che la sua sia un'opera di beneficenza nei confronti di una persona che trova visibilmente incapace di relazionarsi con i suoi simili in modo coerente e comprensibile ai più.

Quel che vorrei fare, perciò, è lanciare un duplice appello: che a Gianni sia consentito confrontarsi con quelli come lui (altre creature delle foreste dagli occhi bramosi e abilità epifaniche) sì da poter trovare finalmente delle risposte ai suoi interrogativi; e che a me sia permesso essere accompagnata da una figura di sostegno, una specie di "suggeritore delle identità" in grado di distogliermi con indulgenza dal mio bisogno compulsivo di trovare somiglianze tra gli individui e, soprattutto, di comunicarmi tempestivamente e con discrezione se la persona che vedo camminare nella mia direzione... La conosco oppure no. 
Perché nella vita di nessuno di noi può esserci spazio per più di un Gianni alla volta.




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