Chiariamo subito una cosa, a scanso di equivoci: io il francese lo leggo. Senza problemi. Dai, è abbastanza intuitivo, a parte alcune parole che pensi siano importantissime perché sono lunghe e invece ci rimani malissimo quando scopri che sono solo avverbi (tipo maintenant, che tu giustamente pensi sia il fulcro di qualsiasi frase e invece poi scopri che significa ora e perdi irrimediabilmente fiducia nella lingua). Ma questo è secondario ai fini di ciò che voglio dire: datemi un testo in francese, e io lo capirò senza che voi scopriate mai quella che è l'amara verità. Ma il peso di questo segreto è ormai così schiacciante che ho deciso di confessare pubblicamente la mia colpa, accettandone tutte le conseguenze: io il francese non lo parlo. Je ne parl pas français.
Ebbene, ecco l'ignominia, l'onta dinanzi a coloro che mi hanno preceduto e che mi seguiranno, lungo i tortuosi sentieri degli studi universitari.
A onor del vero, c'è da dire questo: io il francese l'ho studiato. Per tre mesi. Rinunciando peraltro al corso di danze irlandesi cui avevo deciso di iscrivermi, perché capitava nello stesso giorno. Quindi, capite bene che non ho davvero di che rimproverarmi.
Le cose andarono pressappoco in questo modo: ben consapevole del fatto che non si può andare avanti nella vita senza sapere il francese, se non altro per capire le canzoni di Alizée, dopo la laurea mi iscrissi a un corso trimestrale acquistato tramite Groupon.
Gli inizi sembravano promettenti: l'insegnante spiegava molto. La prima lezione imparai, come si conviene in simili occasioni conviviali, a presentarmi e a dire qualcosa di me. Non so scriverlo e sarei costretta a darmi ancora 25 anni perché non ricordo come si dica 28, ma saprei ancora costruire quel discorsetto. Se mi perdessi a Parigi, potrei senza problemi dare le mie generalità, forse persino chiedere che ore sono, che può sempre tornar utile.
La seconda lezione imparai a contare. In francese, si intende. E se un tempo (beata ingenuità) avevo creduto che dopo aver imparato a contare in tedesco, nulla avrebbe potuto fermare la mia vis aritmetica, confrontarmi con la logica rigorosa con cui i francesi allineano cifre e poi le leggono sommandole a casaccio mi destabilizzò non poco. Ma io, impavida, prode, non mi fermai neanche davanti a questo. Francese doveva essere, e francese sarebbe stato.
Senonché la nostra insegnante, che spiegava davvero molto, ecco... Spiegava davvero molto, e basta. Nel senso che non ci faceva mai esercitare a usare le formule che imparavamo, non ci faceva mai applicare le regole piene di accenti che leggevamo, non ci chiedeva mai come stessimo e come avessimo passato il fine settimana. Il che, oltre naturalmente a denotare una grande maleducazione e indelicatezza nei confronti delle nostre condizioni di salute, si risolveva inevitabilmente nel non darci modo di assimilare realmente quanto avveniva in classe. C'è da dire che in effetti ogni tanto, per pura distrazione, ci chiedeva di parlare, raccontando il nostro mondo, condividendo tra noi con sincerità e abbandono i nostri sogni ed emozioni. E lì i proverbiali nodi venivano al pettine: gente che sudava per chiedere come andare a prendere il tram, che ammutoliva davanti alla prospettiva di dover raccontare cosa aveva mangiato a pranzo, che inorridiva quando gli si chiedeva (senza preavviso, a onor del vero) la data del giorno.
E poi, naturalmente, c'era la pronuncia. Non ho motivo di negarlo: quando parlo francese, sembro un incrocio tra Joey di Friends e una di Ascoli Piceno. Naturalmente, non per colpa mia. Nessuno mi ha mai fatto parlare francese, a quel corso di francese.
A ogni modo, tutto procedette su queste tranquille acque di comune ignoranza della lingua sino all'imprevedibile esito drammatico: a fine corso la maestra, evidentemente resasi conto di non averci insegnato nulla delle cose che valesse la pena imparare in quella sede, provò a fingere che fossimo una classe che sapeva il fatto suo assegnandoci il seguente compito a casa: décrivez quelles sont à votre avis les principaux avantages et inconvénients de la technologie moderne [spero di non aver fatto errori, sai che grezza sennò].
In pratica, aveva assegnato un saggio di filosofia a persone che a malapena sapevano scrivere il titolo del compito. Era evidente che l'intento della maestra fosse portare la situazione al parossismo, farci implodere in noi stessi ed eliminare ogni scomodo testimone di ciò che in quei tre mesi si era consumato in quell'aula.
E tuttavia io, dizionario sottomano e amica brava in francese a portata di zampa, feci quel compito. Più che dignitosamente date le circostanze, oserei dire. Ricordo che lo infarcii di maintenant (che conferiscono un'aura di solennità a qualsiasi testo di cui facciano parte) e che alla fine mi sentii particolarmente fiera di me.
Quello fu il primo e l'ultimo confronto serrato che ebbi modo di avere con il francese. L'infelice corso si era concluso, lasciandomi inappagata come chi, dopo aver assaggiato un piatto prelibato tipo... No, non certo il foie gras (di cui peraltro avevo imparato la ricetta, assieme ai verbi del terzo gruppo)... Forse un piatto di cozze marinate... Ecco, sì, rende sufficientemente. Insomma dicevo: come chi, dopo aver assaggiato un piatto di cozze marinate e pregustando il resto, si veda portar via la pietanza. E si sa, nessuno può rimanere imperturbabile, dopo che gli abbiano portato via le sue cozze marinate.
A ogni modo, questo mio senso di inappagamento e la mia scivolosa padronanza della lingua non mi diedero particolari problemi, devo riconoscerlo: io il francese lo leggevo. Non lo parlavo, lo capivo a tratti, non avrei giurato di saperlo scrivere, ma per il momento poteva andare anche bene così, e poi nulla mi impediva di studiarlo autonomamente, dialogando in macchina con i cd rom come quando avevo imparato il tedesco, in modo da riappropriarmi delle mie metaforiche cozze marinate.
Devo dire che non ho avuto torto.
...Quasi mai.
In effetti, mi avrebbe forse fatto comodo capire un po' meglio il francese a quel convegno, in cui finsi disinvoltamente di comprendere quanto avveniva attorno a me fino a quando non mi fu chiesto di scrivere una relazione su tutti gli interventi (soprattutto quelli in francese, si capisce); e forse mi sarebbe stato utile saper scrivere sotto dettatura senza dover casualmente coprire con la mano quello che riportavo, per paura che si vedesse che avevo messo gli accenti a caso.
L'episodio che però mi ha convinta a riaffrontare questo spettro del francese è un altro. Ben più disonorevole [in realtà gli episodi disonorevoli sono due, ma l'altro è persino peggio di questo e mi vergogno anche a riportarlo].
Orbene, ecco i fatti, in tutta la loro drammaticità. Sono con il professore a spulciare della corrispondenza, quando lui, tutto divertito, mi fa:
- Ah! Questa devo leggergliela, senta: [seguono tante parole in francese, troppe in una volta sola per poter anche solo pensare di coglierne qualcuna]... Ah! Ah! Ah!
Mi guarda compiaciuto, cercando la mia complicità.
A quel punto, le opzioni che mi si presentano sono due:
1. Fingere di aver capito e ridere a mia volta, sperando che non mi siano richieste integrazioni o chiose;
2. Chiedere con disinvoltura di ripetere.
Entrambe le soluzioni, tuttavia, rischiano di farmi uscire sin troppo dignitosamente da quest'impasse, per cui opto per una terza via, la più conforme alla mia natura. E' dunque con l'espressione di una trota stupita che si chiede perché l'abbiano pescata che, dopo essermi schiarita la voce, farfuglio un decisamente poco convincente:
- Può ripetere, per favore? Ero...ehm... Distratta e non ho colto le ultime sfumature della burla...
- Certo! [altra rotolata di sguscianti parole francesi, tra cui mi pare di cogliere uno di quegli inutili maintenant di cui ovviamente nessuno sa mai che fare]
A questo punto, rimane solo l'opzione 1. Rischio il tutto per tutto:
- Aaah... Ah! Ah! Ah!
Non potrei dirlo con certezza, ma credo che, dall'esterno, l'effetto sia quello della medesima trota di prima che, dopo essersi stupita per essere stata pescata, inizi a boccheggiare lentamente, chiedendosi se rivedrà mai il suo fiume.
Dopo questo episodio (e quell'altro, ancora peggio, che porterò sepolto nel mio cuore per sempre) ho deciso che la situazione non è più rinviabile: urge impadronirsi della lingua orale. Il mondo inizia a reclamare il mio francese, e io non posso più deluderlo. Quel che è giusto, è giusto.
In questo momento di profonda autocritica e destabilizzante sconforto, mi consola tuttavia il tedesco. Sì, per fortuna c'è il tedesco. Io il tedesco lo so bene.
...Oddio, magari due anni passati a leggere sporadicamente solo lettere (robe serie comunque, eh) e pagine Wikipedia potrebbero avermi fatto perdere un pochino il vocabolario... E, a pensarci bene, è dal 2013 che non lo parlo... Ma dettagli, futili dettagli. Tutto sta a riprendere un po' la pratica. Sperando che nel frattempo il mondo non inizi a reclamare anche il mio tedesco.
Ma nel caso... C'è sempre Groupon.

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