Preambolo
Come forse taluni di voi mi avranno occasionalmente sentito accennare, sono entrata nella redazione di una rivista di enologia. Sapevo che studiare filosofia avrebbe dato i suoi frutti. «Bisogna ridere e filosofare», diceva Epicuro al secondo bicchiere di rosso della casa. Vino e filosofia sono fratelli, e zompettare tra l'uno e l'altra riecheggia tante e tali analogie che mi sento un po' la depositaria dell'incontro di due mondi, il punto di fuga di due orizzonti che, da sempre, collassano l'uno nell'altro. Ma riconosco che ci sia la vaga possibilità che questa impressione non sia che un delirio di onnipotenza dovuto ai fumi dell'alcol.
Sarà bene procedere con ordine. Ho già detto di essere entrata nella redazione di questa rivista che si occupa di vini? Bene. In pratica, edito testi, sbobino eventi (perlopiù seminari e degustazioni), rielaboro appunti. Sennonché questa mattina, mentre trotterello verso la sala Umanistica della Biblioteca Nazionale (esatto: per studiare filosofia. Aaah, tout se tient...), vengo raggiunta dalla telefonata del direttore che mi invita a una degustazione per il pomeriggio, «per impadronirti del linguaggio e familiarizzarti con l'ambiente».
Ora, premetto questo: quanto segue è realmente accaduto. Si tratta di una cronaca fedele degli avvenimenti di questo pomeriggio, redatta da me medesima nel taccuino dove avrei dovuto prendere appunti «per impadronirmi del linguaggio», ma che da un certo momento in poi è diventato una sorta di diario segreto dove annotavo il progressivo annebbiarsi della mia coscienza.
Per senso di giustizia e per restituire la graduale perdita di cognizione, riporterò questi appunti nella loro forma originaria, senza alcuna rielaborazione. Anche perché, almeno per le prossime ore, non ne sarei in grado.
Degustazione - diario di bordo
Eccomi qui, mentre questo signore sulla sessantina parla dei vini che ha portato. Due bianchi e due rossi: vabbè dai, non è tanto, non dovrei accusarne gli effetti. Ho perso il filo dopo circa due minuti, per cui ho deciso di usare questo quadernetto per scrivere le mie impressioni estemporanee, al contempo dando a intendere, per chi mi osservasse, di sapere il fatto mio: a scrivere siamo solo io e il direttore. Da qui, vedo che ha appuntato qualcosa sulle sorgenti di carbonio. Spero che nessuno riesca a sbirciare ciò che sto scrivendo io, altrimenti la mia copertura salterebbe. Ok, provo a scrivere anche qualche parola tecnica, just in case... Entroterra di Genova, non terra da rosso, dal punto di vista enogastronomico.
Quando sono arrivata, ho realizzato di non ricordare le sembianze del direttore della rivista, perché la mia memoria fisiognomica è pressoché inesistente. Onde evitare figuracce quando ancora tutti sono sobri e possono ricordarsene, ho cercato le fattezze su Google, passando poi in rassegna ognuno dei presenti. Uno gli assomigliava in modo sconveniente, ma per fortuna non ho fatto in tempo a salutarlo prima che arrivasse quello vero. Che ora è proprio qui, seduto davanti a me. Peraltro, debbo ringraziarlo, se ora ho un calice. Non me lo volevano dare. Ogni avventore che entra si ritrova tra le mani un calice prima ancora di poter dire "oppalà" lasciandosi cadere su un divanetto, e a me niente. A me, un bicchiere per l'acqua. Non sapendo come funzionano le cose, mi sono vergognata a chiedere un calice anche per me. Le ipotesi più accreditate erano o che alle femmine venisse dato un bicchiere diverso, o che non sembrassi venuta lì per degustare. Eppure ho la classica aria da degustatrice. Ho persino un quadernetto, e ci sto persino scrivendo. Loro invece no. A ogni modo, il direttore mi ha fatto procurare un calice e ora anche io sono come tutti gli altri.
Mentre il produttore dei vini da degustare parla, già un signore apre una bottiglia. Versa alcune dita nel suo calice, annusa. Ruota il calice, annusa di nuovo. Beve. Guarda verso l'alto. Evidentemente non è persuaso da ciò che ha visto, perché si versa dell'altro vino e ripete le operazioni. Appunto queste cose per poter fare altrettanto, quando verseranno i vini. L'importante è ostentare disinvoltura.
Ok, ci siamo. Iniziamo dai bianchi. Il primo vino è un Filagnotti del 2013.
Filagnotti del 2013
Buono! Quando me l'hanno versato, senza farmi accorgere mi sono guardata intorno per osservare cosa facevano gli altri. Il pubblico è piuttosto eterogeneo: ci sono persino molti ragazzi della mia età, alcuni anche più giovani. Mettendo insieme un po' di mosse, ho ruotato il calice, tuffato il naso all'interno, assunto un'aria pensosa. Ho bevuto, ma l'avevo fatto solo io, allora ho messo un po' d'acqua sperando che non si notasse che era acqua e non vino, e ho annusato pure quella, facendo passare il tempo mentre anche gli altri si decidevano a bere.
Poi ci hanno portato dei fritti e dei pezzetti di pane caldo. Il direttore mi ha consigliato di intervallare gli assaggi di vino con dei pezzetti di pane, più che con l'acqua, perché l'acqua pulisce troppo la bocca. Ho annuito e appuntato.
Filagnotti del 2012
Si passa al secondo vino, ancora un Filagnotti ma del 2012. Santo cielo, vuoi vedere che i "due vini bianchi e due vini rossi" implicava settordici annate per ogni vino? Comunque buono, sto Filagnotti.
Alcuni avanzano confronti: «nel secondo c'è una maggiore intimità» [ma con cosa?], «è un vino generoso, cedevole, affabile» [ma è 'n vino!], «il primo era molto più scontroso» [ok ho capito, forse funziona con gli aggettivi che useresti per una persona], «come diceva sempre il mio mentore: parla di un vino come se fosse una persona» [ah-haa! Visto? Il tuo mentore deve essere stato anche il mentore di tutti l'altri].
Filagnotti del 2010
Buono anche lui.
Montemarino del 2010
Devo concentrarmi per tenere fermo il calice, mentre mi guardo intorno. Mi sporgo verso il direttore:
- A te non dà alla testa, immagino...
- Dipende: l'esperienza ti insegna a non buttarti subito sui primi vini, perché altrimenti, dopo un certo numero di assaggi, ti sembrano tutti buoni...
- Come alle nozze di Cana, che dice che tutti puntano sui vini buoni all'inizio e lasciano quelli cattivi alla fine perché tanto tutti sono ubriachi?
Non ottengo risposta.
Montemarino del 2008
Il momento di gloria:
- È stupido dire che odora e sa di legno?
- No no, è proprio così! C'è proprio! Brava!
Primo vino rosso (non ricordo nome né annata)
- È questo il bagno? - entrando nello stanzino dei camerieri.
Secondo vino rosso (qualcosa del 2007)
Ho la tattica definitiva: lascio il bicchiere pieno, così la smettono di riempirmelo di continuo.
Terzo vino rosso (qualcosa di un certo anno)
- Io... dovrei andare...
- Ok, grazie ancora di essere venuta! Adesso fai una cosa: presta attenzione al senso di benessere che proverai nelle prossime ore.
- Come so a quale vino ricondurlo?
- Non devi ricondurlo a un vino, ma a un modo di fare vino.
Con il senso di benessere tuttora sotto monitoraggio, sono tornata a casa. Otto bicchieri di vino dopo la sobrietà.
Questo post è un mirabile esempio di scrittura post-moderna, un flusso di coscienza (e di alcol) che si riversa, copioso e disinibito, prevaricando ogni argine di lucidità e qualsiasi filtro solitamente imposto dalla rielaborazione scritta. Così, nature.
Anche io, come il vino.

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